Eleatica 2025 - Sintesi delle Lezioni

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ELEATICA 2025

MASSIMO PULPITO: “IL PRODIGIOSO ZENONE DALLA DOPPIA LINGUA” 

(english version below)

 

I. La logica del ridicolo. Zenone e la Sicilia (13 settembre 2025)

La prima delle tre lezioni introduce la figura di Zenone di Elea, focalizzandosi su due principali direttrici: la ricezione biografico-politica e il contesto culturale-filosofico, con particolare attenzione ai rapporti con la Sicilia. Le notizie antiche su Zenone sono segnate da un’aneddotica biografica dominata dalla sua morte esemplare. La vicenda è trasmessa in un crescendo di versioni leggendarie, che ruotano attorno allo scenario di una congiura antitirannica, che lo avrebbe visto come protagonista. Una minoritaria ma suggestiva tradizione colloca l’azione politica zenoniana in Sicilia. Ma la plausibilità di tale scenario resta precaria. Più consistente appare il rapporto dialettico con la Sicilia in senso filosofico, intendendo cioè Zenone come un intellettuale attento alle novità provenienti dalla vivace cultura siceliota. Zenone avrebbe scritto più di un’opera, tra cui un’Esegesi delle opere di Empedocle. Pur contestata, l’attribuzione non è da scartare a priori, in quanto coerente con altri significativi indizi, e supportata da una serie di fonti che indicano Zenone come autore non solo di paradossi, ma anche di scritti di fisica, alcuni dei quali risentono dell’influenza empedoclea, seppure rielaborata in chiave polemica. Ancora più intrigante appare la possibilità, avanzata da alcuni studiosi, che i celebri paradossi zenoniani nascano in parte come risposta alla derisione comica delle dottrine eleatiche, nello specifico da parte di Epicarmo di Siracusa. Due frammenti di Epicarmo, in particolare, mettono in scena argomentazioni parodiche contro la tesi dell’identità e dell’immutabilità dell’essere. L’uso teatrale e ironico di temi eleatici trova in Zenone una replica speculare: i paradossi zenoniani mostrano, per via argomentativa, l’assurdità dell’opposta tesi pluralistica. Ne risulta una “logica del ridicolo” che condivide con la commedia la strategia di mettere a nudo l’inconsistenza delle tesi altrui. In questo quadro i paradossi del movimento – più “scenici” di quelli della molteplicità – mostrano un legame ancora più stretto con il linguaggio comico: il corridore bloccato, la freccia sospesa in aria, ma soprattutto Achille che non raggiunge la tartaruga, sono situazioni grottesche, al tempo stesso filosofiche e visivamente assurde. Il caso di Achille, in particolare, diventa una figura letteraria di straordinario successo, ripresa in epoche diverse e in versioni differenti, ma che ebbe già notorietà negli anni in cui operava Zenone, come dimostra la kylix etrusca di Falerii che sembra rappresentare proprio questo celebre paradosso – o meglio la sua ironica confutazione visiva. Nello specifico, l’Achille fonde epica omerica e favola esopica, generando un effetto comico-grottesco: la sconfitta dell’eroe velocissimo da parte di un animale lentissimo ribalta le aspettative, deformando la realtà attraverso la logica. Proprio su questo intreccio di epica e favola, è possibile peraltro riconoscere un nuovo breve frammento dell’opera di Zenone, trascurato dalla critica. La struttura dei paradossi mostra così di saper combinare sapientemente rigore argomentativo e immaginario culturale.  Se ne ricava la figura di un raffinato interlocutore critico di una cultura filosofica e teatrale in movimento. Le sue opere non si riducono, dunque, a un mero esercizio intellettuale, ma rispondono con intelligenza e ironia a stimoli esterni, in un dialogo polemico e creativo con la vivace scena culturale della Sicilia del V secolo a.C., ma come si vedrà nelle lezioni successive, tenendo assieme anche altre e più significative fonti di ispirazione.

 

II. L’enigma rovesciato. Struttura dei logoi zenoniani (15 settembre 2025)

La seconda lezione si propone di esaminare la struttura dei paradossi attribuiti a Zenone. Innanzitutto, viene proposta una definizione generale di paradosso come forma di ragionamento che parte da premesse accettabili, procede in modo valido (o così appare a chi lo propone e prima facie a chi ne viene a conoscenza), e giunge a conclusioni inaccettabili (perché contraddittorie in sé o con le premesse, o perché in contrasto con l’esperienza ordinaria). Nella prima parte vengono brevemente presentati gli undici paradossi giunti fino a noi: dall’antinomia dell’uguaglianza a quelle dell’estensione, della frammentazione e del numero, fino alle celebri aporie del corridore, di Achille e la tartaruga, della freccia e delle masse nello stadio, nonché ai meno noti paradossi del luogo e del grano di miglio. Viene posta, dunque, la questione del numero effettivo dei logoi zenoniani, mettendo in discussione l’incerta testimonianza di Proclo, secondo cui essi sarebbero stati quaranta. Successivamente, viene esaminata la tradizionale bipartizione in paradossi della molteplicità e del movimento, mostrando come essa, in realtà, si fondi su solide ragioni strutturali. Tali argomenti, infatti, pur condividendo l’orizzonte generale del contrasto con il senso comune, si distinguono per forma, lessico e finalità retorico-dialettiche. In particolare, le antinomie della molteplicità sono tutte organizzate secondo uno schema di tesi contraddittorie (“uguale–diverso”, “finito–infinito”, etc.), espresse in un linguaggio astratto, mentre le aporie sul moto utilizzano esempi concreti (corridori, tartarughe, frecce, stadi) e terminano in una conclusione che contrasta con l’esperienza ordinaria o che si rivela contraddittoria rispetto alle premesse, ma non con l’attribuzione antinomica di due caratteri opposti. Tutto ciò induce a pensare che i due gruppi di paradossi appartenessero a libri diversi, come dimostra Simplicio, che conosce e cita le antinomie della molteplicità, ma ignora quante fossero le aporie del movimento. A partire da queste considerazioni si cercherà di comprendere quale potesse essere la possibile collocazione dei paradossi del luogo e del grano di miglio, in base a questo schema. Infine, vengono individuati alcuni tratti strategici comuni a tutti i logoi: la saturazione argomentativa (ossia, la proliferazione di paradossi come strumento di “sfiancamento” dialettico), l’iterazione – aperta (nei casi di regresso all’infinito) e chiusa (nelle addizioni di elementi nulli) – la comparazione instabile e l’uso dell’aposiopesi, finalizzata a lasciare l’ascoltatore sospeso nella riflessione. L’obiettivo ultimo del testo consiste nel chiarire come questi enigmi “rovesciati”, a differenza degli enigmi tradizionali, non prevedessero soluzioni di sorta, bensì inducessero un’autentica revisione delle convinzioni sul reale, ponendosi come meccanismi di disorientamento non fine a sé stesso, ma finalizzato ad alimentare un dibattito vivo e partecipato, funzionale ad un preciso “riorientamento” teorico.

 

III. Zenone e l’invenzione dell’eleatismo (16 settembre 2025)

Dopo aver analizzato la genealogia (nella prima lezione) e la struttura dei paradossi (nella seconda lezione), la terza lezione si concentra sulla finalità degli argomenti zenoniani e, di conseguenza, sulla prospettiva teorica che ne emerge. Vengono presi in esame i diversi approcci interpretativi avanzati finora su Zenone. Innanzitutto, è ricordata l’interpretazione tradizionale che vede in Zenone un mero seguace di Parmenide, che avrebbe difeso la dottrina del maestro attraverso la celebre boētheia richiamata da Platone. Questa visione riduce Zenone a una figura ancillare, priva di autonomia filosofica. Un’altra lettura lo ritrae come un “filosofo senza filosofia” o come un protosofista, suggerendo che i suoi paradossi siano più esercizi retorici che argomentazioni dottrinali. Tuttavia, mettendo a confronto la logica dei paradossi con le tecniche sofistiche, si evidenziano talune incompatibilità strutturali. C’è poi l’interpretazione nichilista, che attribuisce a Zenone la negazione di ogni realtà. Si tratta di un’ipotesi estrema fondata su scarse fonti equivoche. Infine, alcuni studiosi propongono una lettura in chiave irrazionalista, vedendo nei paradossi esercizi di critica della ragione o in favore di pratiche spirituali. Anche in questo caso, l’analisi mostra i limiti di tali interpretazioni. Zenone sembra, dunque, non essere stato privo di una prospettiva teorica di fondo. Per coglierne l’originalità, è però inevitabile compiere una digressione su Parmenide di Elea. L’esame del poema parmenideo mostra come non sia sostenibile la tradizionale tesi della bipartizione tra le sezioni della Verità e della Doxa: al contrario, la riconsiderazione dei marcatori strutturali del poema suggerisce la presenza di un’architettura tripartita, composta da deduzione ontologica, critica delle opinioni comuni ed esposizione del diakosmos fisico. Emerge, così, come la sezione fisica del poema non fosse dedicata a una presunta apparenza ingannevole, ma proponesse una cosmologia coerente, fondata sul gioco delle dynameis inscritte in un unico ente. Non è in Parmenide, allora, che troviamo il cosiddetto “monismo stretto”, bensì in Melisso di Samo. Se, dunque, Zenone avesse inteso difendere una forma estrema di monismo, non avrebbe certo soccorso la dottrina di Parmenide. Va, poi, tenuto conto che alcune fonti documentano la presenza di una dottrina fisica zenoniana, per certi versi affine a quella Parmenide. Cionondimeno, su alcuni punti non secondari, Zenone parrebbe aver preso le distanze da Parmenide, incorporando alcuni elementi “melissiani”, come l’affermazione dell’infinità dell’essere e il disinteresse per l’epistemologia e il linguaggio, oltre ad una maggiore sfiducia verso l’esperienza ordinaria attestata dai sensi. Zenone si rivela, insomma, un personaggio complesso, protagonista del contesto polemico postparmenideo, segnato dal confronto tra posizioni radicali. Lungi dall’essere un mero “paradossologo”, egli avrebbe animato il dibattito filosofico non solo attraverso un’inedita modalità distruttiva di argomentare, ma esibendo un solido intento costruttivo e sincretico. Oltre alle influenze comiche, pitagoriche ed empedoclee, centrale resta l’ispirazione parmenidea e melissiana, al punto che in lui si può rintracciare la prima vera attestazione di ciò che oggi chiamiamo “eleatismo”.

 

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ENGLISH VERSION

MASSIMO PULPITO: “THE PRODIGIOUS ZENO WITH THE DOUBLE TONGUE”        

I. The Logic of the Ridiculous. Zeno and Sicily (13 September 2025)

The first of the three lectures introduces the figure of Zeno of Elea, focusing on two main directions: biographical-political reception and the cultural-philosophical context, with particular attention to his connections with Sicily. Ancient sources on Zeno are marked by a biographical anecdotal tradition dominated by his exemplary death. His story is transmitted through a crescendo of legendary versions, centered around the scenario of an anti-tyrannical conspiracy in which he is portrayed as a protagonist. A minority but suggestive tradition places Zeno's political activity in Sicily. However, the plausibility of such a scenario remains uncertain. More consistent appears to be the dialectical relationship with Sicily in a philosophical sense, seeing Zeno as an intellectual attentive to the innovations emerging from the vibrant Siceliot culture. Zeno is said to have authored more than one work, including an Exegesis of Empedocles’ writings. Although contested, this attribution should not be ruled out a priori, as it aligns with other significant clues and is supported by a number of sources portraying Zeno not only as a creator of paradoxes but also as a writer on physics, some of whose ideas reflect Empedoclean influence, though reworked in a polemical key. Even more intriguing is the possibility, advanced by some scholars, that Zeno’s famous paradoxes originated, at least in part, as a response to the comic derision of Eleatic doctrines, particularly by Epicharmus of Syracuse. Two fragments of Epicharmus, in particular, stage parodic arguments against the thesis of the identity and immutability of being. The theatrical and ironic use of Eleatic themes finds a mirror-image reply in Zeno: his paradoxes demonstrate, through argument, the absurdity of the opposing pluralist thesis. What emerges is a “logic of the ridiculous” that shares with comedy the strategy of exposing the inconsistency of others’ positions. Within this framework, the paradoxes of motion, more “theatrical” than those concerning multiplicity, show an even stronger connection with the language of comedy: the frozen runner, the suspended arrow, and especially Achilles who fails to catch up with the tortoise, are grotesque scenarios that are both philosophical and visually absurd. The Achilles case, in particular, becomes a literary figure of extraordinary success, reprised in different eras and versions, but already renowned in Zeno’s own time, as demonstrated by the Etruscan kylix from Falerii, which appears to depict precisely this famous paradox, or rather, its ironic visual refutation. In this case, Achilles merges Homeric epic and Aesopic fable, generating a comic-grotesque effect: the defeat of the lightning-fast hero by an extremely slow animal subverts expectations, distorting reality through logic. It is on this very interplay between epic and fable that one may also recognize a newly identified short fragment of Zeno’s work, which has been overlooked by scholarship. The structure of the paradoxes thus shows an ability to combine argumentative rigor with a rich cultural imaginary. This yields the portrait of a sophisticated critical interlocutor of a dynamic philosophical and theatrical culture. His works are not merely intellectual exercises, but respond with intelligence and irony to external stimuli, in a polemical and creative dialogue with the lively cultural scene of fifth-century BCE Sicily—while, as will be seen in the following lectures, also engaging with other, and even more significant, sources of inspiration.

II. The Inverted Enigma. Structure of Zeno’s Logoi (15 September 2025)

The second lecture aims to examine the structure of the paradoxes attributed to Zeno. It begins with a general definition of a paradox as a form of reasoning that starts from acceptable premises, proceeds in a valid manner (or so it appears to its proponent and at first glance to its audience), and arrives at unacceptable conclusions, whether because they are self-contradictory, contradict the premises, or clash with ordinary experience. The first part of the lecture briefly presents the eleven paradoxes that have come down to us: from the antinomies of equality to those concerning extension, fragmentation, and number, including the famous aporiai of the runner, Achilles and the tortoise, the arrow, and the stadium, as well as the less well-known paradoxes of place and of the millet seed. This leads to a discussion on the actual number of Zeno’s logoi, questioning the uncertain testimony of Proclus, who reports that there were forty. Next, the traditional division of the paradoxes into those of multiplicity and those of motion is examined, showing that this classification is in fact based on sound structural reasons. While both groups share the general framework of challenging common sense, they differ in form, vocabulary, and rhetorical-dialectical aim. Specifically, the antinomies of multiplicity are all organized according to a scheme of contradictory theses (“same-different,” “finite-infinite,” etc.), expressed in abstract language. By contrast, the paradoxes of motion rely on concrete examples (runners, tortoises, arrows, stadiums) and end in a conclusion that contradicts either ordinary experience or the premises themselves, though not through the attribution of two directly opposed characteristics. This leads to the hypothesis that the two groups of paradoxes may have belonged to different works. Supporting this view is Simplicius, who knows and cites the antinomies of multiplicity but is unaware of the number of aporiai concerning motion. On the basis of this structural division, the lecture explores the possible classification of the paradoxes of place and of the millet seed within this framework. Finally, several strategic features common to all the logoi are identified: argumentative saturation (i.e., the proliferation of paradoxes as a means of dialectical exhaustion), iteration, both open (in cases of infinite regress) and closed (in series of null additions), unstable comparison, and the use of aposiopesis, intended to leave the listener suspended in reflection. The ultimate aim of the lecture is to clarify how these “inverted enigmas,” unlike traditional riddles, did not imply the existence of any solution, but rather prompted a genuine revision of one’s convictions about reality. They functioned as mechanisms of disorientation—not as an end in itself, but as a means to stimulate a vibrant and engaged debate, ultimately directed toward a specific theoretical “reorientation.”

III. Zeno and the Invention of Eleatism (16 September 2025)

After analyzing the genealogy (in the first lecture) and the structure of the paradoxes (in the second), this third lecture focuses on the purpose of Zeno’s arguments and, consequently, on the theoretical perspective that emerges from them. Various interpretative approaches to Zeno are examined. First, the traditional interpretation is recalled, which portrays Zeno as a mere follower of Parmenides, defending the master’s doctrine through the famous boētheia mentioned by Plato. This view reduces Zeno to a subordinate figure, devoid of philosophical autonomy. Another reading presents him as a “philosopher without philosophy” or a proto-sophist, suggesting that his paradoxes are more rhetorical exercises than doctrinal arguments. However, a comparison between the logic of the paradoxes and the techniques of the sophists reveals certain structural incompatibilities. There is also the nihilist interpretation, which attributes to Zeno the negation of all reality—an extreme hypothesis based on limited and ambiguous sources. Finally, some scholars have proposed an irrationalist reading, viewing the paradoxes as exercises in the critique of reason or as expressions of spiritual practices. Here too, close analysis reveals the limitations of such interpretations. Zeno thus does not appear to have lacked a fundamental theoretical perspective. To grasp its originality, however, a detour through Parmenides of Elea is inevitable. A close reading of Parmenides’ poem shows that the traditional division between the sections of Truth and Doxa is unsustainable. Instead, a reconsideration of the poem’s structural markers suggests a tripartite architecture: an ontological deduction, a critique of common opinions, and an exposition of the physical diakosmos. It emerges that the poem’s physical section was not dedicated to a supposed deceptive appearance, but rather offered a coherent cosmology, based on the interplay of dynameis inscribed within a single entity. It is not in Parmenides, therefore, that we find the so-called “strict monism,” but rather in Melissus of Samos. If Zeno had sought to defend an extreme form of monism, he would not have supported the doctrine of Parmenides. Moreover, certain sources document the presence of a physical doctrine in Zeno’s own work, in some respects akin to Parmenides’. Yet on some key points, Zeno seems to distance himself from Parmenides, incorporating elements characteristic of Melissus—such as the affirmation of the infinity of being, disinterest in epistemology and language, and a deeper mistrust of the sensory world. Zeno thus emerges as a complex figure, a protagonist of the post-Parmenidean polemical context, shaped by confrontations between radical positions. Far from being a mere “paradoxologist,” he appears to have animated philosophical debate not only through an unprecedented mode of destructive argumentation, but also by exhibiting a firm constructive and syncretic intent. Beyond comic, Pythagorean, and Empedoclean influences, the inspiration drawn from Parmenides and Melissus remains central, so much so that in Zeno we may find the first true instance of what we now call “Eleatism.”

Eleatica

Un incontro biennale sull'Eleatismo nella terra di Parmenide e Zenone